Luigi Valerio – un’arte imperitura e universale

In dicono di lui by mfmadmin

Angelo Di Fiore non smette mai di stupire i suoi ammiratori; egli è un artista che avanza sempre, senza mai adagiarsi sulle posizioni progressivamente conquistate.

La sua tematica, pur arricchendosi di qualche componente nuova, rimane presso che costante nel suo insieme, ma il linguaggio muta continuamente, di giorno in giorno, oseremo dire.

E la ragione di questo continuo mutamento risiede non nel vanitoso esibizionismo di una gratuita originalità, ma nella insoddisfazione scaturente dalla coscienza critica che, nel vero artista, succede all’atto creativo.

L’angoscia della prigionia umana e l’anelito della libertà e dell’infinito – che sono i temi fondamentali del Di Fiore – hanno dimensioni così varie e vaste da non potere mai essere interamente espresse in un’unica forma d’arte. E perciò egli ricorre ad altre, dando al proprio linguaggio una capacità di risonanza poetica sempre più ampia.

I mezzi espressivi si fanno di giorno in giorno più attenti, più sensibili, più pronti a cogliere e a rendere i moti sfuggenti dell’attività psichica e quelli, remoti e inaccessibili, della vita cosmica.

Non si tratta solo di angolazioni diverse, ma anche di maniere diverse di creare la realtà poetica.

Le forme artistiche di Angelo Di Fiore non esprimono un mondo percettivo; ma entrano a far parte di mondi interamente elaborati dalla fantasia.

Ed è per questo ch’egli non ha bisogno di ricorrere a stimoli distali o a sollecitazioni fenomeniche. Per mettere in moto l’immaginazione e per suscitare l’emozione estetica del lettore, Di Fiore ricorre ad un linguaggio ideografico e analogico-evocativo insieme.

Ma dietro alle analogie e agli ideogrammi vi è una forza amplificatrice che dilata all’infinito il senso delle immagini e dei segni, il che dà al fruitore la possibilità di vedere nelle opere tutto quello che sogna.

Quasi sempre lo spirito del nostro Artista si concentra, con tutta la sua luminosità intensità, nel contesto di pochi elementi, suscitando innumerevoli immagini conformemente alla molteplicità degli stati d’animo e dei problemi che interessano lo spirito stesso nel momento della creazione.

La polivalenza di questo linguaggio non è data da vaste orchestrazioni ma da una sintassi ardita che accosta pochi elementi linguistici essenziali con una libertà alogica che sconvolge ed affascina al tempo stesso.

Il tessuto dei mezzi materiali, dei colori e delle forme scompagina completamente le strutture dell’arte pittorica, anche astratta e informale, per innalzarsi a significazioni inconsuete.

Non è più la parola che esprime il “significato”, ma è il “significato” che esprime la parola nuova, la parola vergine, la parola potentemente elettrizzata.

“La poesia”, ha scritto Aragon nella prefazione a Les Yeux d’Elsa, “c’è soltanto grazie a una continua creazione della lingua, il che equivale a uno spezzamento del tessuto linguistico, delle regole grammaticali, e dell’ordine del discorso”.

Da ciò nasce una poesia nuova, una poesia che traduce in vibrazioni prerazionali le zone misteriose che sono in noi.

Ecco perché l’arte di Angelo Di Fiore non è di facile lettura. I suoi contenuti, tutt’altro che univoci, appartengono ad una realtà svincolata dell’ordine della comune gnoseologia. Spazio e tempo, oggettività e soggettività hanno una dimensione che non può essere definita in termini logici.

Ovviamente, questo nuovo rapporto tra opera d’arte e fruitore può provocare degli choc in chi è abituato a tenere i piedi ben fermi a terra, ossia in quegli spiriti pratici incapaci di seguire i voli della libera fantasia poetica; ma in coloro che sanno muoversi in quella sfera in cui le distinzioni fra realtà fisica e realtà spirituale  sono soppresse, questo nuovo rapporto è vivissimo.

Paul Valéry racconta, nel suo famoso libro su Degas, che il pittore impressionista – il quale amava anche scrivere versi – una volta si lamentò con degli amici di non riuscire ad evitare un eccessivo afflusso di idee nelle proprie poesie, e che Mallarmé gli rispose: “I versi non si fanno con le idee ma con le parole”.

È inutile dire che per “parole” intendeva quelle liberamente accostate fra loro, per rendere un mondo inventato, capace di creare infinite possibilità di suggestioni.

Fra il linguaggio del grande poeta simbolista francese e quello di Angelo Di Fiore c’è una sorprendente affinità.

Logicamente Angelo Di Fiore si trova su un piano storico più avanzato e, pertanto, le sue opere hanno una maggiore ricchezza d’implicazioni tecniche. E se ciò non appare è perché egli, dopo avere assimilato tutte le esperienze artistiche dell’ultimo secolo, ha proceduto ad una essenzializzazione del proprio linguaggio poetico, liberandolo non solo da certe forme retoriche, che sono ancora presenti in molta pittura contemporanea, ma anche da tutte le metriche tradizionali, a partire da quelle che affliggono buona parte dell’astrattismo geometrico e anche della grande poesia del Novecento.

Basti pensare al classicismo petrarcheggiante di Ungaretti:

“A una proda ove sera era perenne / Di anziane selve assorte, scese, / E s’inoltrò / E lo richiamò rumore di penne / Ch’erasi sciolto dallo stridulo / Batticuore dell’acqua torrida, / E una larva (languiva e rifioriva) vide; / Ritornato a salire vide / Ch’era una ninfa e dormiva / Ritta abbracciata a un Olmo. / In sé da simulacro a fiamma vera / Errando, giunse a un prato ove / L’ombra negli occhi s’addensava / Delle vergini come / Sera appiè degli ulivi; / Distillavano i rami / Una pioggia pigra di dardi, / Qua pecore s’erano appisolate / Sotto il liscio tepore, / Altre brucavano / La coltre luminosa; / Le mani del pastore erano un vetro / Levigato di fioca febbre”.

Abbiamo riportato interamente “L’isola” di Ungaretti per dimostrare come la metrica può raggelare anche la liricità di un grandissimo poeta. E ciò vale anche per Mondrian e per tutti i suoi seguaci.

In Di Fiore la compostezza e l’andamento misurato delle immagini è raro ed è sempre giustificato da un bisogno di musicalità interiore. Ritmo, suono e tonalità sono delle radiazioni sprigionate dall’animo commosso dell’artista, sono delle forze magiche dello spirito sensibilizzate in forme linguistiche.

Di Fiore non se ne serve mai come mezzo esteriore, per articolare lo spazio o cadenzare il tempo, anche perché, per lui, spazio e tempo non hanno una dimensione fisica, neppure in senso relativistico.

Egli raggiunge sempre degli incroci irreali, per cui nel tempo e nello spazio c’è la simultaneità e la compresenza.

A volte le trasposizioni linguistiche gli permettono di raggiungere certi accostamenti di immagini, assurde sul piano logico, ma affascinanti dal punto di vista poetico, come in talune liriche di Garcia Lorca: “Passano cavalli neri / e gente sinistra / per i fondi sentieri / della chitarra”.

Ci siamo intrattenuti esclusivamente sul linguaggio, perché l’arte si risolve tutta in essa. Il linguaggio non è mera forma, ma è la vita stessa del fatto poetico. Scindere un’opera d’arte in contenuto e forma significa distruggerla, perché i due elementi, presi separatamente, sono, almeno dal punto di vista poetico, nulla.

Scrive il Croce: “..contenuto e forma debbono ben distinguersi nell’arte, ma non possono separatamente qualificarsi come artistici, appunto per essere artistica solamente la loro relazione, cioè la loro unità, intesa non come unità astratta e morta, ma come quella concreta e viva che è della sintesi a priori; e l’arte è una vera sintesi a priori estetica, di sentimento e immagine nell’intuizione, della quale si può ripetere che il sentimento senza l’immagine è cieco, e l’immagine senza sentimento è vuota. Sentimento e  immagine, fuori della sintesi estetica, non esistono per lo spirito artistico; avranno esistenza, diversamente atteggiati, in altri campi dello spirito, e il sentimento sarà allora l’aspetto pratico dello spirito che ama e odia, desidera e ripugna, e l’immagine sarà l’inanimato residuo dell’arte, la foglia secca in preda al vento dell’immaginazione e ai capricci del trastullo”.

In questo senso, anche le opere di Angelo Di Fiore hanno dei contenuti – e noi ne abbiamo ampiamente parlato nella vasta monografia dedicata a lui – ma questi contenuti (angoscia esistenziale, sogni di libertà, sete dell’infinito, eccetera) noi li vediamo e li sentiamo solo nella misura in cui sono stati espressi dal linguaggio artistico.

E’ questo linguaggio, peraltro, che trasforma i sentimenti privati dell’Artista, in ansia e in angoscia di tutte le creature umane. Perciò l’arte di Angelo Di Fiore, come quella di tutti i grandi poeti dell’umanità, è imperitura e universale.

Luigi Valerio