Rolando Bellini – La Vita Nova di Di Fiore

In dicono di lui by mfmadmin

Angelo Di Fiore, un passato artistico che ne consolidava l’avvento attorno alla metà degli anni Settanta – stigmatizzati da cinque personali e una decina di mostre collettive, tutte di riguardo – e ne rafforzava la scelta, desueta, di abbandonare in progress la metricità e il segno pittorico che all’epoca i più sperimentavano, nella scia di un irriducibile informel, ma prosciolto dai suoi stessi comandamenti, per dedicarsi piuttosto a nuovi formalismi. Fofrme geometrizzanti radicate su puri intrecci matematici, coinvolgenti i più diversi materiali, incluso il montaggio fotografico.E poi? Dopo qualche tempo una scomparsa programmatica, una sparizione voluta che è durata anni. Ma perché? Per una crisi d’identità o per una plateale presa di posizione contro un “sistema” dell’arte che nega le più attente rivisitazioni o i ritorni inopinati a forme d’arte di ieri e dell’altro ieri, ovviamente attualizzate. Inesorabilmente partecipi del nuovo che è il tempo presente. O no? Personalmente opterei, congetturalmente, perquest’ultima risoluzione, tuttavi l’enigma rimane irrisolvibile. Dove sia sparito Di Fiore non è dato sapertlo. Lo si può tuttavia supporre, almeno in parte ipotizzare andando a rivedere i suoi ultimi e attuali creati, esposti – a sorpresa – alla Aslon Gallery di Milano.
Una riapparizione? Qualcosa di più e di più compromettente che si presenta sulla ribalta artistica con un gesto teatrale alla Ibsen.La concretezza consentita da una mostra personale presso una nuova e brillante galleria d’arte contemporanea – contemporanea e antica (ha due anime difatti la Alson di via San Maurilio, a due passi dal Duomo di Milano) – che svela il volto rigoroso dell’artista “geometra”, per dirla parafrasando un bel libro d’un filosofo della scienza, Fabio Minazzi, Galileo, filosofo “geometra”, pubblicato pochi lustri orsono. Se ne evince la ripresa di cose già accennate anni addietro, ma subordinata a un respiro nuovo, più franco e deciso. Trattasi di una particolare rivisitazione di De Stijl, soprattutto nella declinazione esplicitata dal capofila Theo van Doesburg e lontano, ben lontano dai rigorismi assiologici del neokantiano e post-cartesiano Piet Mondrian. Sennonché, il più probabile referente per quest’attuale Angelo Di Fiore, risulta essere un architetto, il magico Minoletti. In qualche modo Di Fiore condivide quell’angolo di cielo che Minoletti ha salvaguardato e architettato nobilitando così ogni sua invenzionearchitettonica (ne è stato scritto in un agile quanto pungente libretto d’una manciata di anni addietro, curato da un’istituzione svizzera di pregio). Dunque, potrei persino arrivare a ipotizzare una fuga del nostro artista nel mondo dell’architettura per poter riguadagnare altre e nuove dimensioni dell’essere e del tempo. Oltre Heidegger, naturalmente. Dato che la geometria è incompatibile, nella sua purezza costitutiva o generativa, rispetto all’opacità del filosofeggiare heideggeriano, incardinato su altri paradigmi. Paradigmi heideggeriani inclini al sensualismo sconosciuto e in parte insondabile della psicanalisi freudiana. E qui ecco che torna a manifestarsi l’artista, il nostro perduto Angelo. Perché diversamente dall’architetto summentovato, l’artista Angelo Di Fiore è coinvolto dalle implicazioni freudiane. A conferma parziale della plausibilità di questa mia “lettura critica” potrei allora concludere sostenendo che l’odierno Di Fiore venga manifestando una originale ricerca di un tempo che va a suo modo ad incarnarsi, un tempo gonfio di istanze psicoanalitiche. E’ questo il tempo inimitabile dell’artista che come un figliol prodigo è tornato a manifestarsi attraverso un “fare” che, evidentemente, non lo ha mai abbandonato e che finalmente gli consente un azzardo: l’avvio di una vichiana “vita nuova”.

Rolando Bellini