Domenico Cara – Il rapporto allegorico con l’architettura e i vari sintagmi della percezione

In dicono di lui by mfmadmin

  1. L’arte non è solo pittura, scultura o soltanto architettura, ecc. ma complessa visione di esse, intima (ed esecutiva) fusione di “generi” come può dirsi in letteratura, e dentro i concetti “nuovi” realizzati in consecutivi atti creazionali. Ciò non vuol dire “sintesi delle arti”, annotando per essa riflessioni e prepotenze interpretative, bensì accentuazione profetica (o parallela) di concepimenti estetici dai quali non è escluso né l’umano, e tantomeno l’inaugurazione dell’emotività intesa ma in senso ottimistico.
  2. A tale tipo di definizione sembra riferirsi Angelo Di Fiore rimettendo in causa il rapporto che la sua operazione ha con i significati intrinseci alle questioni della struttura e del segno, al carattere istituzionale che ad essi dà la lingua del suo formare, e ormai privata convenzionalità estetica piuttosto che teorica formulazione di pensiero, nel cui “rapporto allegorico con l’architettura”, secondo l’indicazione di Bruno Zevi, relativa all’analogia tentata per precisare il sentimento di spazio fisico nella pittura di Mario De Luigi con Hermann Finsterlin è possibile identificarlo.
  3. I suoi achromes/opera comunicano così la suggestione del razionale, omologano oggettivamente l’ordine del costruttivo in gradienti di linee purissime, di configurazioni emblematiche, di intuizioni stimolanti per un possibile paesaggio della realtà, indicando spazi sempre più propri e, comunque, inediti nell’area dei “ massimi sistemi” delle avanguardie, le quali da un già lungo tempo hanno fissato il loro epicentro (solenne e ideologico) nel Bauhaus, è senz’altro civiltà straordinaria di una perentoria diagnosi di fini culturali imprescindibili, programmati.
  4. La serie volumetrica minimalistica bianca, non solo contesta il senso delle astrazioni (multiple) inserite nelle esperienze collettive del fare arte, e insieme le invenzioni concettuali nei nostri anni, ma fonda un’esigenza di tessuti simbolico/illusori, nella cui evidenza c’è la soluzione del fantastico con la colta (e palingenetica?) versione di un promemoria geometrico che oltre a provocare l’abitudine di stili convergenti nei paradigmi dell’oggettività anodina, sviluppa un organica e funzionale coincidenza di misure critiche, intese a produrre innovazioni del concreto e il dinamico aggiornamento di un individuale libertà, che è un modo di salvare per sé stesso (e per gli altri) un possibile incantesimo.
  5. In effetti sembra una sfida sdrammatizzante e pubblica, con la capacità di penetrare gli ambienti della vanità intellettuale, vistosamente presente nel campo della migliore aneddotica, pertinente la collisione e le sfere della cultura che conta, invece si tratta di un isolato e (in proprio) svolgimento di un medium strutturale/fantastico: con immagini sottolineabili come ipotesi di una modernità sconosciuta, per adesso dispiegata in longitudinali (e inconfondibili) ricerche di modelli i quali forniscono con la loro schietta presenza informativa, una dialettica e conciliabile cifra di fenomenologia speculare, utopica.
  6. Dosati sono persino i momenti focali di una sperimentazione grafica, nella quale il codice delle varianti diventa combine di esiti immaginativi, e insieme tecnica della giustapposizione di elementi primari, composta da connotazioni di figure piane, da ellissi luminescenti, sistemi di caratterizzazione irripetibile e apparentemente eliminati dalla capacità di un suo condurre la ricerca attraverso segni e contrasti di materie, da capziose fruibilità e suddivisioni significanti; nei quali si articola una fertilità dell’intelligenza, e forse una ripartizione dell’ironia, indubbiamente sillabata per rappresentazioni evidenziali e dirette, per far confluire nel gesto della coerenza una mimesi poetica di confronti, tra luoghi del contenuto e percorsi straordinari della solitudine.
  7. Lo spazio assorto diventa così ambiente di impatti costruttivi, con sintagmi percettivi di vuoti e di soluzioni razionali\irrazionali, in cui si organizzano i giochi alternativi della propria coscienza, la ribellione al caos e a tutta la ludica ed epigrammatica situazione civile, l’alienazione autodistruttiva psico\visuale, tutto attraverso un calcolo di derivazione cubista. Ma senza tensione visibile, né intenzionale.
  8. La luce non offre attivazioni di abbagli per gli spessori unificanti nel continuum del progetto, è spenta; o se mai dislocata in una testimoniale metafisica della ricognizione critica, con sensazioni di fisicità nell’apparato descrittivo (e leggiadro), sulla superficie e nell’impalcatura futuribile del “plastico” apparente, e laboratorio di suggestioni ritmiche, fluenti, che nel silenzio parlano di se stesse con specchi minimi e filtri di luce, tutt’altro che superflui nella presenza monocromatica dei contesti variabili, e di ciò che nel tessuto modulare le circonda.
  9. L’indirizzo è personale, non passivo, tocca una realtà analoga a quegli empirici progetti/studio che gli architetti canonicamente presentano alle autorità per un imprimatur istitutivo. Angelo Di Fiore li programma per se stesso, in tutta umiltà, inquadrando in essi una propria incidenza artistica, alla cui base ci sono anni di ricorrente appartarsi, di prove e di riprove mentali, e raggiungendo ormai elementi cifrati di discorso rettilineo o di dimensioni dirette a diventare prototipi murari, qua e là ambigui per una scelta di mestiere, e cioè quasi escrescenze di piani, atteggiamenti di equilibrio, tendenza a una pura scientificità di rapporti e di connessioni intellettuali e pluri/ambientali.
  10. L’intervento è prospettico, può darsi problematico, reagente comunque nella scansione di tipo urbanistico. Il contributo estetico diventa nozione del movimento (dell’esistenza), conditio sine qua non certosina, che ancora non ha promosso l’interesse critico e la meccanica di un attento riscontro pubblico, ridotto se mai da una “pugliese” discrezione, che si esercita per un ineluttabile amore dell’immaginazione e la complicità dell’intelligenza, anziché per partecipare all’incontro meno interrogativo di coloro che, attraverso la funzione del messaggio, introducono quella del proprio io, catturando le molteplici indifferenze contemporanee, e anche le notevoli sfiducie di lettori delusi dalla opera d’arte.
  11. Angelo Di Fiore nelle sequenze duttili della sua operazione neo costruttiva cerca ancora la rosa profumata di una meridionale pigrizia, invece di sommuovere le acque chete di una timidezza descritta in parte da una risata pregiudiziale, in difesa, scettica, estremamente fuori casa nella metropoli degli affaccendamenti, delle sorprendenti e sotterranee cospirazioni al successo. Questo aiuta molto a risolversi e a sfuggire dalle ambiguità cui è costretta molta arte improvvisata e presto diffusa, ma non utilizza la sua personalità e ritrovarsi sempre meno distante da quel contatto reale cui una squisita autonomia ha bisogno di riferirsi. Se non altro per confrontare il dialogo pubblico, civilissimo e aspro con quello inconscio, monologale, più sospeso dell’interiore, il quale dovrà prima o poi scontrarsi, per legittimare la qualificante responsabilità dei suoi già cospicui esiti, e per l’essenziale e così profondamente riesplorabile passione, costantemente aggiogata a un ancora romantico e terso uso.

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